Il centralismo nella gestione dell’emergenza sanitaria ha evidenziato i suoi limiti ma il “liberi tutti” delle regioni ha creato una situazione ingovernabile.

Pochi giorni fa Giulia Cortella lamentava in un suo articolo la “mancanza di una visione di sviluppo e progresso del Paese che si proietti nel futuro e l’assenza delle politiche volte a tutelare la nostra gioventù più preziosa” come le cause del declino italiano, e ne ha ben motivo se un intellettuale come Ferruccio de Bortoli arriva a rimarcare l’assenza tra gli imprenditori della grande industria di un progetto per il Paese, perché una «classe dirigente privata all’altezza del compito … non può limitarsi a premere per riaprire le fabbriche e invocare aiuti … Deve fare di più. Mostrare di avere una cultura più profonda del bene pubblico».

Insomma:«condividere un progetto a favore della crescita del capitale umano del proprio Paese», … «offrire al Paese i mezzi necessari per una decisa lotta alla povertà educativa, il sostegno alla digitalizzazione scolastica, in aiuto all’istruzione pubblica». In modo così da «contrastare una deriva neostatalista e contraria all’impresa che fa leva sulle diseguaglianze crescenti». Ovviamente, aggiungo io, con investimenti sociali e politici adeguati al bisogno.

Vorrei anche ricordare che le diseguaglianze economiche e sociali, che la crisi da Coronavirus in atto ha ulteriormente aumentato, non hanno alimentato soltanto la deriva neostatalista e anti-impresa, ma sono la causa prima del principale degrado educativo e scolastico del nostro Paese, che non sappiamo o non vogliamo adeguatamente affrontare.

Ma di questa saggezza non trovo tracce in molte dichiarazioni dei nostri amministratori locali, ampiamente riportate dai giornali, che ad ogni nuovo dato registrato su contagi e vittime da Coronavirus si precipitano ad esaltare la loro capacità di freno sui cittadini, smemorati ai richiami e, insieme, di anticipazione delle aperture di negozi, ristoranti e di ogni altra attività economica. Un’analisi che non è sfuggita a Luigi Viviani, che nel suo recente articolo così si esprime: «Durante tutte le ultime settimane, le Regioni hanno spinto, sulla base della sollecitazione del mondo produttivo, per aprire il più presto possibile, e hanno premuto fino a minacciare di far saltare il confronto, affinché si accorciassero le distanze sociali previste per le diverse attività, e perché questo risultato fosse gestito, con eventuali adattamenti, dalle singole Regioni».

Un po’ diversa e più positiva, a mio parere, è stata la proposta regionale sui servizi estivi ricreativi, di sostegno ed assistenza alle famiglie, che Luca Zaia pensava di realizzare fin dal 18 maggio e che, inseriti in allegato al DPCM del Presidente Conte, slitterà di almeno una settimana. Dice Zaia:«Le novità sono due per il Veneto rispetto al DPCM, la prima è che apriremo i servizi per i bambini già lunedì 25 maggio, al più tardi il 1° giugno, e non il 15 giugno come previsto a livello nazionale; la seconda è che apriremo anche i servizi 0-3 anni, non previsti nel provvedimento del governo».

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Ma Zaia non cede sull’autonomia:«Vista da Roma l’autonomia è una sottrazione di potere. Vista da noi è un’assunzione di responsabilità. Ma io credo che irresponsabile sia chi non vuole l’autonomia. Da qui discendono certi pasticci», che non sono però attribuibili solo alle lungaggini del governo!

Se è criticabile sia il regionalismo indifferenziato filogovernativo che il “liberi tutti” (cioè che ciascuna Regione faccia a modo suo), appare interessante quanto mai l’opinione del prof. Mario Bertolissi di Padova (Diritto costituzionale): «Se a Roma saranno saggi, una volta usciti dall’emergenza dovranno per forza riprendere in mano il dossier dell’autonomia. Mai come in questi ultimi tre mesi, infatti, si è visto che le Regioni possono svolgere alcuni compiti meglio dello Stato». Questa l’apertura all’intervista rilasciata a Marco Bonet sul Corriere di Verona del 19 Maggio. E alla domanda se lo Stato non venisse ad assumere un ruolo residuale risponde così:«È il principio della sussidiarietà, previsto dalla nostra Costituzione. E non parliamo di un ruolo marginale. Lo Stato può, anzi, deve intervenire d’imperio nel caso in cui la curva dei contagi torni a salire». E sulle linee-guida per la Fase 2, scritte dalle Regioni? «Un fatto straordinario, frutto di una “portentosa collaborazione”», dipesa pare anche dagli ottimi rapporti personali tra ZaiaBonacciniConte ed il ministro Boccia.

Talmente importanti quei rapporti da lasciare intravedere una positiva “breccia” nel centralismo esasperato di fonte governativa. Che non poche colpe avrebbe evidenziato, fin dai ritardi iniziali nell’affrontare l’epidemia, o sui “tamponi”, inizialmente ritenuti inutili da molti “tecnici”, o sullo scarso sostegno alla medicina territoriale. Dall’altra parte, regione per regione, potremmo ricordare le difficoltà ad arginare i focolai infettivi più evidenti, a permettere i “tamponi” nella giusta misura, o il deleterio intasamento nei Pronto Soccorso ospedalieri o l’uso scriteriato delle RSA, diventate ben presto foriere di malati e di morti.

Dopo, è vero, devono essere messe in conto l’idea straordinaria di un microbiologo come il prof. Andrea Crisanti, che ha anticipato le prevedibili carenze nazionali sui dispositivi medici utilizzabili, a partire dal recupero dei “reagenti” occorenti, e pure il fiuto politico del suo (e nostro) governatore di appoggiarne senza tentennamenti il programma, anche resistendo alle pressioni dei politici di riferimento.

Quanto alle prospettive sull’autonomia differenziata, almeno in campo sanitario, concluderei con le parole di Bertolissi, per affermare che l’autonomia non è, forse, per tutti, né per ogni singola Regione. «Sfido chiunque, però, a sostenere che Veneto ed Emilia, due regioni diverse per colore politico ma simili per popolazione e tessuto imprenditoriale, oggi non possono legittimamente aspirare a “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” (art. 116, 3° comma, Costituzione)».

Marcello Toffalini

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