Uno tsunami. Così lo hanno chiamato i medici lombardi. La stessa parola utilizzata dal deputato del Partito Democratico Alfredo Bazoli, che a Verona In riferisce di medici bresciani costretti a scegliere tra chi vive e chi muore mentre nella vicina Verona ci sarebbero stati fino a due terzi dei posti letto di terapia intensiva ancora disponibili. Bazoli non ce l’ha con il presidente del Veneto Luca Zaia né con Verona bensì con un sistema sanitario che non avrebbe consentito “di sfruttare i letti di terapia intensiva di ospedali a mezz’ora di macchina da Brescia, come a Verona, dove per fortuna l’epidemia non è esplosa come da noi, e i posti sono ancora per una parte rilevante non utilizzati”.

Era il 23 marzo: negli ospedali veronesi 88 persone si trovavano ricoverate nelle terapie intensive dedicate ai casi CovidVerona stava diventando il nuovo focolaio veneto e si stava attrezzando con nuovi posti dotati di ventilatori e ossigeno per le cure intensive mentre a Brescia il primario di cardio-rianimazione degli Spedali Civili di Brescia, in un appello video, raccontava di condizioni estreme con terapie intensive al collasso.

I numeri
La provincia scaligera stava passando dai 120 posti normalmente disponibili prima dell’emergenza ai 173 previsti dalla riorganizzazione di Regione Veneto attraverso il cosiddetto Piano di Emergenza approvato il 15 marzo e che ha messo in conto di dotare gli ospedali di tutta la regione di ulteriori 331 posti letto di terapia intensiva in aggiunta ai 494 già disponibili, per un totale di 825. L’ospedale di Borgo Trento passa così da 66 a 78 posti, Borgo Roma da 12 a 18, Legnago ne conferma 8, San Bonifacio da 8 a 10, Villafranca da 6 a 28, la clinica Pederzoli di Peschiera del Garda da 12 a 18 e il Don Calabria di Negrar da 8 a 13.

Dalle informazioni di Ulss 9, già il 13 marzo a Verona era stata sospesa l’attività chirurgica programmata e quella specialistica ambulatoriale non urgente per “preservare i posti letto in area intensiva in previsione di un massiccio afflusso di pazienti”. Gli ultimi dieci giorni di marzo saranno i peggiori per gli ospedali di Verona, che il 30 marzo registra il picco di 114 pazienti nelle terapie intensive, arrivando così a saturare il 66% dei posti programmati dal Piano di emergenza.

In quel giorno, nelle singole strutture ospedaliere la situazione è la seguente: 100% di posti in terapia intensiva occupati nell’ospedale di Legnago (con 8 pazienti in terapia intensiva su 8 posti disponibili), 70% nell’ospedale di San Bonifacio (7 posti occupati su 10), 71% a Villafranca (20 posti su 28), 44% a Borgo Trento (34 su 78), 133% al Policlinico di Borgo Roma (dove alcune sale operatorie vengono trasformate per accogliere 6 pazienti più del previsto), 61% al Pederzoli di Peschiera del Garda (11 su 18), 77% al Don Calabria di Negrar (10 su 13).Ospedale Covid-19, Bergamo

Ospedale Covid-19, Bergamo

Proprio in quei giorni il sindaco bresciano Emilio Del Bono appare in diretta tv su Rai2 e sulle pagine di Famiglia Cristiana, denunciando: “Abbiamo avuto pazienti che sono andati nel Mezzogiorno, in Puglia, nel Lazio o in Germania ma non hanno avuto ospitalità nella vicinissima regione veneta”. Del Bono non fa altro che raccogliere e amplificare l’appello dei primari di Anestesia e Rianimazione afferenti al coordinamento delle Terapie intensive di Regione Lombardia che il 27 marzo scrivono direttamente ai colleghi delle Terapie intensive delle regioni limitrofe chiedendo aiuto, personale, attrezzature e ospitalità per i pazienti lombardi.

I pazienti trasferiti dalla Lombardia verso altre regioni e stati europei come la Germania attraverso la Centrale Remota per le Operazioni di Soccorso Sanitario (Cross) sono 116, tutti tra il 23 marzo e il 5 aprile (fonti: Ambasciata di Germania a Roma, ministero della Salute, Protezione Civile).

Il 9 aprile i pazienti provenienti da fuori regione e ricoverati nelle Terapie intensive del Veneto erano 10, di cui cinque infetti da Covid-19 e 5 per altre patologie, come ci riferisce la consigliera regionale Anna Maria Bigon (PD), membro della Quinta Commissione Salute. Un dato che riflette esclusivamente le disponibilità gestite dalla centrale Cross della Protezione Civile e non i privati che con la propria auto avrebbero potuto recarsi facilmente, per esempio, da Solferino (Mantova) al pronto soccorso di Peschiera del Garda (Verona): il dato più recente a disposizione è quello del 28 marzo, quando la Clinica Pederzoli di Peschiera del Garda conferma di aver accolto 16 pazienti provenienti dal basso lago bresciano e dalla provincia di Mantova, su un totale di 64 pazienti Covid-19 che comprendono anche i 9 in Terapia intensiva (fonte L’Arena).

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